Origins

Copiata a mano nel 1845 da una lettera scritta in italiano nel 1710. Questa copia manoscritta fu ereditata da Vigilio Salvoni, e tradotta in inglese nel 2004. Per vedere gli scritti originali, click sulle pagine.

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Signor Priore Illustrissimo,          

Dovrei chiederle mille scuse per la mia tardanza a scriverle; ma fò qualche cosa di meglio: mi emendo. Se però non le scrissi non cessai di preparar una risposta, spezialmente fondata e sicura sulle cose che con certezza conosco, alla richiesta vostra di lumi su certe carte e varj scritti intorno alle origini della degnissima nomea vostra et in parte mia. Le quali come vi è ben noto, et a me pure, furono per secoli  serbate con altri libri di Religione in San Giovanni di Cortesano, nelle terre della Comunità di Chiare. Non vi è più traccia alcuna in quel  loco ne di carte ne di libri chè tutto fu bruciato o disperso nei tempi orrendi che seguirono le battaglie dell’anno 1701.  Di moltissime pretiose  storie ci ha privati la frequenza delle guerre  nella Patria nostra, I molti pubblici disastri e pure I privati, l’ingiuria dè tempi e l’ignorantia di troppi. Quelli che videro, e sono nove anni, parlarono di libri bruciati dai barbari forastieri per avviare li fuochi di poi tenuti vivi con le banche dei fedeli. Il fato volle che nel bramar di satisfare la sete mia per la conoscenza antica e per la Storia, io fussi fra quei tomi l’Autunno avanti, in tempo dunque per frugar tra quei libri e quelle polverose carte, e annotazioni molte prendessi per quanto lì vi trovai d’interesse per l’indagare mio.  Tutti I libri che vidi , e furono tutti quelli che vi erano riposti nelli armadi eran missali, qualche  di cento anni e più vecchio, se non per una grammatica latina et uno di poco diverso.  Quello era al di fuori come li altri, ma aperto potei vedere che non v’erano pagine come il normale, ma scritti latini, notule a mano e fogli di preghiere a Iddio e ai Santi.  Subito mi lessi tutto quel latino e quanto d’interesse, lessi e rilessi, e molte pagine scrissi traducendo et annotando finchè fui sazio.  Tutti quelli scritti tenni e mi son d’auxilio grande nel raccontarvi con metodo e verità quel che vi trovai.  I Salvoni di Chiare ebber sempre memoria della origine loro e per leggende e storie passarono  questa alle più giovani generazioni. Tanto io sò perchè ne son in parte. Le leggende del drago e del fanciullo e quella di Gabriele Arcangelo, a voi ben note, son pochi exempli. Ci furon memorie di carte anche e di racconti scritti e molti nella stirpe seppero del loco, del tempio e del tomo, se pure per centinaia d’anni non uno vi fusse che frugò tra quelle carte o di loro altrimenti testasse.  Vi erano preghiere dunque nella lingua nostra e in quella della Santa Chiesa, a Iddio  et ai Beati e più che gli altri a Gabriele Arcangelo e Bernardo dei monaci di Chiaravalle, vocati protettori della stripe.  L’interesse mio  fu subito per le tre lettere latine, locate al pricipiar del tomo e per molte pagine di notule nella lingua nostra. Il primo scritto a mano, su carta ispessa e ruvida, fu per l’Abate del Monastero di Santa Maria  di Chiaravalle nella Marca Anconitana.  Il nome di quello non seppi con certezza  chè la carta in quarti, in quel punto facea difetto: Rufus, Ulfus o Curtius o qualche simile breve nome.  Un gran sigillo stava in basso, nella quaddra di sinistra: in quello un Grifone in sbalzo con poche lettere sicure; due N , un S e forse una H. In facile latino vi fu detto che il fanciullino, di tre anni circa, con macule di nascita sulla natica e dietro all’orecchio destri e con li occhi chiari ma ogni d’uno di color diverso: celeste a dritta e grigio l’altro, e qui condotto dal Monaco Benedictus Petri, teologo e cappellano alla corte di Suezia, era conosciuto allo scrivente et al Senato:  Ericus Erici il nome suo, della gran Casa di Birger, nipote del re.  Si invocò per lui e per il Monaco l’aiuto dell’Abate, parente al piccolo per la madre bavara, e per fama noto allo scrivente, e la protezione della Santa Chiesa, che fusse questa a garantir la di lui salute fino a che con l’ordine nel regno puotesse ritornarvi. Gratitudine e ricompense furon giurate, subito che I diritti del piccolo fussero ritornati.   Della molto lunga (….) solo Gryps, Suetius, Senator, compresi con certezza. Il luogo dove questa fu scritta Ringstae Castrum e il tempo che fu nel Luglio dell’anno del Signore 1359 sono in chiare lettere  se non il dì che potrebbe esser nè venti.   La seconda delle lettere , cortissima, su carta scura sempre a mano et in latino fu di certo la risposta a quella che l’Abate stesso inviò per una donna di nome Brigida, monaca di  gran momento in Roma.  L’avrebbe Iddio precipitata nel profondo dell’inferno se mai avesse ella aiutato l’empio sangue di Magnus a ritornar sul trono per tramite di quel fanciullino.  L’altra lettera ancora, delle tre la più verbosa e molto d’interesse,  per la Signoria Vostra, fu siccome il testamento del monaco Benedictus.  Del Dicembre dell’Anno Domini 1360.  Morente il monaco e nella stanza l’Abate, alcuni monaci, uno scrivano et il sommo Iddio presenti, dopo aver giurato racconta in breve la sua storia.  D’essere Benedetto figlio di Pietro, nel cinquantesimo anno della vita sua, d’ essere monaco dell’ordine di Bernardo di Chiaravalle, Teologo noto e uno dei cappellani alla corte di Blanca, regina di Suezia. D’aver saputo da dama in confessione d’una congiura  della regina stessa, per uccidere di veleno, la famiglia tutta di Erico, figlio suo, re di Scania e di Suezia. D’aver rapito et ascoso in Suezia, con l’aiuto d’una ballia il figliolo primo di Erico, infante, di anni due e dello stesso nome. D’aver posto nella vece sua il corpo di altro infante simile assai e da poco morto. D’aver saputo della famiglia intera il fato. D’aver avuto la protezione grande e segretissima di Gryps, potente nel regno, nei suoi castelli.  D’aver di notte fuggita la Suezia allorchè la ria donna scoprì l’inganno. Ella fu silente nel regno ma pagò I sicari.  D’aver viaggiato con pellegrini, per mesi, verso Roma, stato in dieci monasteri sfugendo tre volte almeno le lame della malvagia. D’esser giunto nell’Autunno dell’anno 1360 nella Marca Anconitana e d’aver fatto in vita quello che dalla coscienza sua e dalla pietà cristiana gli fu ordinato. D’aver detta la verità tutta. Benedisse il piccolo et ai monaci commesso et alla Santa Chiesa, per l’anima sua sperò nella misericordia dell’Iddio Altissimo.   Le altre carte nella lingua nostra, furono notule e racconti brevi, seppure tanti in numero, del figlio primo di Ericus, su la vita del padre e la sua stessa.  Ericus,  per gli scritti, fu cresciuto dai monaci, e per causa de li accadimenti varj della Storia nella Italia e nella Suezia, e perchè dell’indole non prona per gli affar di stato, per le armi e le opere militari, crebbe senza volontà alcuna di rivendicar quanto per sangue sarebbe stato nel diritto suo.  Per questo ebbe vita lunga e pacifica: dai monaci apprese l’arte del coltivare e del commerciare.  Fu abile nel ministrar la vita sua: ebbe presto controllo sulle cose d’un mercante ricco, di famiglia che fu potente in Iesi. Alla di lui morte ne sposò l’unica figlia et erede.   Ebber due figli e tre figlie.  Fu noto come Rico dè monaci o Rico Salvus.   Andò in disuso dè monaci presto ma stette Salvus che vuol dire colui che sopravisse, quel che fu salvato, chè Rico solo scampò alla tragedia della famiglia sua.   Dei figli il minore seguì la paterna traccia: ne crebbe la fortuna e dei figli suoi uno è soldato di lustro et aspira alle antiche glorie.  Il maggiore sentì potente il desio per le armi e la ventura e giovane ancora lasciò l’avita casa per tentar la sua fortuna nella brigata di Pandolfo Malatesta, di città vicina, gran condottiero. Nei vari fogli si raccontò molto delle vicissitudini che portarono Pandolfo a divenire Signore di Brescia, ma presi poche annotazioni.  Il  Salvus servì come  colonello per la cavalleria e nelle terre di Brescia ad occidente organizzò le difese del confine.  Raccontò qui di come si ammalò di gravissima malattia e fusse quasi per morire, e di come per divina gratia fusse sanato, e subito lasciò la vita delle armi per sempre.  Con l’aiuto di Pandolfo et I fiorini dell’eredità paterna ebbe terre fra l’Oglio e Chiare. Maritò una fanciulla del loco e passò gran parte de la vita sua a ministrar quel ch’era suo, e di molte delle cose che il padre apprese dai monaci di San Bernardo, questo figliolo fece buon uso nel coltivare le sue terre.  Tornò una volta soltanto a visitare in Iesi, e fu in quel viaggio ch’ei ebbe dal guardiano vecchio di Santa Maria, che ricordava il padre ancora, le lettere in latino e le preghiere della famiglia e di altre molte carte perdute conobbe il fato, chè il monastero fu da anni in decadimento e non protetto dà ladri ne dalle ingiurie del tempo.  A quelle carte unì le notazioni sue: tutti legò’ I fogli in un missale e mantenne nella casa finchè visse.  Cadde l’interesse delle generazioni apresso poichè non si seppe quando ma è sicuro che il tomo finisse con le cose di San Giovanni in Cortesano nella campagna, come voi ben sapete, e di quelle alter cose divise il tristo fato.   Ho speranza vivissima che cotesto mio scritto abbia a satisfare un poco la voglia sua di conoscenza e lume abbia fatto in parte sulle vicissitudini e li accadimenti intorno all’origine della illustrissima nomea vostra.  Non ebbi modo di conoscere nulla della Storia di Suezia chè se bene potente ai giorni nostri, da poco quel Paese uscì dalla barbarie et I suoi principi son come nelle nebbie.  Non seppi così quel che di verità ci fusse in quelle lettere ne le cause vere che fecero all’avo vostro e mio rinonziar ad esser re: che fusse l’indole,come il figliol disse, o forse più la povertà de I mezzi o l’assenza di alleati o di amici veri, quivi e quinci.  La mia somma stima per la Signoria Vostra  resta  ne gli  anni tanto provata, per rinnovargliene qui le proteste  onde mi ristringo a dichiararmi suo sempre devotissimo, obbligatissimo servitore.

 

A questi fogli il trisnonno aggiunse poche righe:

     Copiata dalla Biblioteca  dell’amico Berardi in Milano, con nuove di sicuro interesse  per la famiglia intera. Il Rev.mo Prevosto Marchi, che qui è con quelli del  S.S. di  (? )  Carlo, ha veduto gli scritti originali e crede  che vi son tutti I segni perchè siano veritieri. Chi scrisse fu un tale Antonio Zulli  di cui non so nulla. Il Prevosto crede che fu Prete in Chiari nel secolo passato. La lettera fu scritta in Chiari nel 1710 calcolato circa, per tale ignoto  Priore in Milano. L’amico Berardi la ritrovò nel riordino d����un legato dalla  Brianza per l’Ambrosiana. Non d’importanza per questa, divenne parte della Biblioteca privata dell’amico mio. Offrii denaro per quei fogli, ma solo ne ebbi il consenso di copiarla. Aprile 1845    Giuseppe Salvoni

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