| Signor Priore
Illustrissimo,
Dovrei chiederle
mille scuse per la mia tardanza a scriverle; ma fò qualche
cosa di meglio: mi emendo. Se però non le scrissi non cessai
di preparar una risposta, spezialmente fondata e sicura
sulle cose che con certezza conosco, alla richiesta vostra
di lumi su certe carte e varj scritti intorno alle origini
della degnissima nomea vostra et in parte mia. Le quali come
vi è ben noto, et a me pure, furono per secoli serbate
con altri libri di Religione in San Giovanni di Cortesano,
nelle terre della Comunità di Chiare. Non vi è più traccia
alcuna in quel loco ne di carte ne di libri chè tutto
fu bruciato o disperso nei tempi orrendi che seguirono le
battaglie dell’anno 1701. Di moltissime pretiose
storie ci ha privati la frequenza delle guerre nella
Patria nostra, I molti pubblici disastri e pure I privati,
l’ingiuria dè tempi e l’ignorantia di troppi. Quelli che
videro, e sono nove anni, parlarono di libri bruciati dai
barbari forastieri per avviare li fuochi di poi tenuti vivi
con le banche dei fedeli. Il fato volle che nel bramar di
satisfare la sete mia per la conoscenza antica e per la
Storia, io fussi fra quei tomi l’Autunno avanti, in tempo
dunque per frugar tra quei libri e quelle polverose carte, e
annotazioni molte prendessi per quanto lì vi trovai
d’interesse per l’indagare mio. Tutti I libri che vidi
, e furono tutti quelli che vi erano riposti nelli armadi
eran missali, qualche di cento anni e più vecchio, se
non per una grammatica latina et uno di poco diverso.
Quello era al di fuori come li altri, ma aperto potei vedere
che non v’erano pagine come il normale, ma scritti latini,
notule a mano e fogli di preghiere a Iddio e ai Santi.
Subito mi lessi tutto quel latino e quanto d’interesse,
lessi e rilessi, e molte pagine scrissi traducendo et
annotando finchè fui sazio. Tutti quelli scritti tenni
e mi son d’auxilio grande nel raccontarvi con metodo e
verità quel che vi trovai. I Salvoni di Chiare ebber
sempre memoria della origine loro e per leggende e storie
passarono questa alle più giovani generazioni. Tanto
io sò perchè ne son in parte. Le leggende del drago e del
fanciullo e quella di Gabriele Arcangelo, a voi ben note,
son pochi exempli. Ci furon memorie di carte anche e di
racconti scritti e molti nella stirpe seppero del loco, del
tempio e del tomo, se pure per centinaia d’anni non uno vi
fusse che frugò tra quelle carte o di loro altrimenti
testasse. Vi erano preghiere dunque nella lingua
nostra e in quella della Santa Chiesa, a Iddio et ai
Beati e più che gli altri a Gabriele Arcangelo e Bernardo
dei monaci di Chiaravalle, vocati protettori della stripe.
L’interesse mio fu subito per le tre lettere latine,
locate al pricipiar del tomo e per molte pagine di notule
nella lingua nostra. Il primo scritto a mano, su carta
ispessa e ruvida, fu per l’Abate del Monastero di Santa
Maria di Chiaravalle nella Marca Anconitana. Il
nome di quello non seppi con certezza chè la carta in
quarti, in quel punto facea difetto: Rufus, Ulfus o Curtius
o qualche simile breve nome. Un gran sigillo stava in
basso, nella quaddra di sinistra: in quello un Grifone in
sbalzo con poche lettere sicure; due N , un S e forse una H.
In facile latino vi fu detto che il fanciullino, di tre anni
circa, con macule di nascita sulla natica e dietro
all’orecchio destri e con li occhi chiari ma ogni d’uno di
color diverso: celeste a dritta e grigio l’altro, e qui
condotto dal Monaco Benedictus Petri, teologo e cappellano
alla corte di Suezia, era conosciuto allo scrivente et al
Senato: Ericus Erici il nome suo, della gran Casa di
Birger, nipote del re. Si invocò per lui e per il
Monaco l’aiuto dell’Abate, parente al piccolo per la madre
bavara, e per fama noto allo scrivente, e la protezione
della Santa Chiesa, che fusse questa a garantir la di lui
salute fino a che con l’ordine nel regno puotesse ritornarvi.
Gratitudine e ricompense furon giurate, subito che I diritti
del piccolo fussero ritornati. Della molto lunga
(….) solo Gryps, Suetius, Senator, compresi con certezza. Il
luogo dove questa fu scritta Ringstae Castrum e il tempo che
fu nel Luglio dell’anno del Signore 1359 sono in chiare
lettere se non il dì che potrebbe esser nè venti.
La seconda delle lettere , cortissima, su carta scura sempre
a mano et in latino fu di certo la risposta a quella che
l’Abate stesso inviò per una donna di nome Brigida, monaca
di gran momento in Roma. L’avrebbe Iddio
precipitata nel profondo dell’inferno se mai avesse ella
aiutato l’empio sangue di Magnus a ritornar sul trono per
tramite di quel fanciullino. L’altra lettera ancora,
delle tre la più verbosa e molto d’interesse, per la
Signoria Vostra, fu siccome il testamento del monaco
Benedictus. Del Dicembre dell’Anno Domini 1360.
Morente il monaco e nella stanza l’Abate, alcuni monaci, uno
scrivano et il sommo Iddio presenti, dopo aver giurato
racconta in breve la sua storia. D’essere Benedetto
figlio di Pietro, nel cinquantesimo anno della vita sua, d’
essere monaco dell’ordine di Bernardo di Chiaravalle,
Teologo noto e uno dei cappellani alla corte di Blanca,
regina di Suezia. D’aver saputo da dama in confessione d’una
congiura della regina stessa, per uccidere di veleno,
la famiglia tutta di Erico, figlio suo, re di Scania e di
Suezia. D’aver rapito et ascoso in Suezia, con l’aiuto d’una
ballia il figliolo primo di Erico, infante, di anni due e
dello stesso nome. D’aver posto nella vece sua il corpo di
altro infante simile assai e da poco morto. D’aver saputo
della famiglia intera il fato. D’aver avuto la protezione
grande e segretissima di Gryps, potente nel regno, nei suoi
castelli. D’aver di notte fuggita la Suezia allorchè
la ria donna scoprì l’inganno. Ella fu silente nel regno ma
pagò I sicari. D’aver viaggiato con pellegrini, per
mesi, verso Roma, stato in dieci monasteri sfugendo tre
volte almeno le lame della malvagia. D’esser giunto
nell’Autunno dell’anno 1360 nella Marca Anconitana e d’aver
fatto in vita quello che dalla coscienza sua e dalla pietà
cristiana gli fu ordinato. D’aver detta la verità tutta.
Benedisse il piccolo et ai monaci commesso et alla Santa
Chiesa, per l’anima sua sperò nella misericordia dell’Iddio
Altissimo. Le altre carte nella lingua nostra,
furono notule e racconti brevi, seppure tanti in numero, del
figlio primo di Ericus, su la vita del padre e la sua stessa.
Ericus, per gli scritti, fu cresciuto dai monaci, e
per causa de li accadimenti varj della Storia nella Italia e
nella Suezia, e perchè dell’indole non prona per gli affar
di stato, per le armi e le opere militari, crebbe senza
volontà alcuna di rivendicar quanto per sangue sarebbe stato
nel diritto suo. Per questo ebbe vita lunga e pacifica:
dai monaci apprese l’arte del coltivare e del commerciare.
Fu abile nel ministrar la vita sua: ebbe presto controllo
sulle cose d’un mercante ricco, di famiglia che fu potente
in Iesi. Alla di lui morte ne sposò l’unica figlia et erede.
Ebber due figli e tre figlie. Fu noto come Rico dè
monaci o Rico Salvus. Andò in disuso dè monaci
presto ma stette Salvus che vuol dire colui che sopravisse,
quel che fu salvato, chè Rico solo scampò alla tragedia
della famiglia sua. Dei figli il minore seguì la
paterna traccia: ne crebbe la fortuna e dei figli suoi uno è
soldato di lustro et aspira alle antiche glorie. Il
maggiore sentì potente il desio per le armi e la ventura e
giovane ancora lasciò l’avita casa per tentar la sua fortuna
nella brigata di Pandolfo Malatesta, di città vicina, gran
condottiero. Nei vari fogli si raccontò molto delle
vicissitudini che portarono Pandolfo a divenire Signore di
Brescia, ma presi poche annotazioni. Il Salvus
servì come colonello per la cavalleria e nelle terre
di Brescia ad occidente organizzò le difese del confine.
Raccontò qui di come si ammalò di gravissima malattia e
fusse quasi per morire, e di come per divina gratia fusse
sanato, e subito lasciò la vita delle armi per sempre.
Con l’aiuto di Pandolfo et I fiorini dell’eredità paterna
ebbe terre fra l’Oglio e Chiare. Maritò una fanciulla del
loco e passò gran parte de la vita sua a ministrar quel
ch’era suo, e di molte delle cose che il padre apprese dai
monaci di San Bernardo, questo figliolo fece buon uso nel
coltivare le sue terre. Tornò una volta soltanto a
visitare in Iesi, e fu in quel viaggio ch’ei ebbe dal
guardiano vecchio di Santa Maria, che ricordava il padre
ancora, le lettere in latino e le preghiere della famiglia e
di altre molte carte perdute conobbe il fato, chè il
monastero fu da anni in decadimento e non protetto dà ladri
ne dalle ingiurie del tempo. A quelle carte unì le
notazioni sue: tutti legò’ I fogli in un missale e mantenne
nella casa finchè visse. Cadde l’interesse delle
generazioni apresso poichè non si seppe quando ma è sicuro
che il tomo finisse con le cose di San Giovanni in Cortesano
nella campagna, come voi ben sapete, e di quelle alter cose
divise il tristo fato. Ho speranza vivissima che
cotesto mio scritto abbia a satisfare un poco la voglia sua
di conoscenza e lume abbia fatto in parte sulle
vicissitudini e li accadimenti intorno all’origine della
illustrissima nomea vostra. Non ebbi modo di conoscere
nulla della Storia di Suezia chè se bene potente ai giorni
nostri, da poco quel Paese uscì dalla barbarie et I suoi
principi son come nelle nebbie. Non seppi così quel
che di verità ci fusse in quelle lettere ne le cause vere
che fecero all’avo vostro e mio rinonziar ad esser re: che
fusse l’indole,come il figliol disse, o forse più la povertà
de I mezzi o l’assenza di alleati o di amici veri, quivi e
quinci. La mia somma stima per la Signoria Vostra
resta ne gli anni tanto provata, per
rinnovargliene qui le proteste onde mi ristringo a
dichiararmi suo sempre devotissimo, obbligatissimo servitore.
A questi fogli il
trisnonno aggiunse poche righe:
Copiata dalla
Biblioteca dell’amico Berardi in Milano, con nuove di
sicuro interesse per la famiglia intera. Il Rev.mo
Prevosto Marchi, che qui è con quelli del S.S. di
(? ) Carlo, ha veduto gli scritti originali e crede
che vi son tutti I segni perchè siano veritieri. Chi scrisse
fu un tale Antonio Zulli di cui non so nulla. Il
Prevosto crede che fu Prete in Chiari nel secolo passato. La
lettera fu scritta in Chiari nel 1710 calcolato circa, per
tale ignoto Priore in Milano. L’amico Berardi la
ritrovò nel riordino d����un legato dalla Brianza per
l’Ambrosiana. Non d’importanza per questa, divenne parte
della Biblioteca privata dell’amico mio. Offrii denaro per
quei fogli, ma solo ne ebbi il consenso di copiarla. Aprile
1845 Giuseppe Salvoni
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